Correva l’anno 2017, e una vita che ora non riconosco nemmeno. A marzo di quell’anno ho lasciato un lavoro sicuro per mettermi in cammino in cerca della mia strada, quella che ho sempre lasciato da parte perché non credevo sicura, percorribile e per certi versi neanche possibile. Il mio primo giorno di (ritrovata) libertà l’ho passato sulla cima del Monte Ebro, una cima alle porte di casa, in Appennino: sono partita alle 3 del mattino, sono salita in cima e ho aspettato l’alba. Volevo guardare il sorgere del sole, quasi come un rito di passaggio; volevo sentirne il calore, come fosse un abbraccio, di quelli che dicono “tranquilla, andrà tutto bene”. Lassù ho deciso due cose: che non avrei più rinunciato ad un sogno solo per paura, e che sarei partita. Non sapevo bene per dove, ma sapevo di doverlo fare. A luglio, insieme al mio compagno, ci siamo imbarcati per quello che è diventato il mio viaggio del cuore (e del cambiamento).
Ricordo di essere tornata in lacrime e profondamente ‘piena di nulla’. Ho scritto l’articolo che trovate di seguito di getto, una mattina, ma l’ho fatto dopo quasi un mese dal mio ritorno. Solo dopo ne ho capito il motivo: perché le cose che ti cambiano profondamente hanno bisogno di tempo. Serve fare ordine, trovare le parole, sapere che è il momento di raccontare. A distanza di tanti anni lo rileggo ancora con una lacrimuccia che bagna il viso, e la cosa più bella è che, nonostante tutto quello che è successo, non tornerei mai indietro. Gli ultimi anni sono stati difficilissimi, e non nego che il pensiero di lasciar perdere qualche volta è passato nell’anticamera del cervello, ma è durato poco, perché ha sempre preso il sopravvento la luce di quell’alba datata 2017 in cui ho promesso a me stessa che avrei scelto il mio cammino ad una condizione soltanto: solo se ti rende felice.

Da quando siamo tornati dal nostro viaggio alle Isole Lofoten attraversando mezza Europa, con un camper, per raggiungere il grande Nord, qualcosa dentro di me è cambiato. O forse dovrei dire si è rotto, ma è di quelle fratture che fanno bene, di quelle in cui filtra la luce, illuminando anche gli angoli più bui.
Spesso mi viene chiesto “ma cosa sei andata a fare fin lassù? Non c’è niente!” e quando rispondo “Il bello è proprio questo!” (con un sorriso che illumina) buona parte delle persone mi guarda come se fossi completamente suonata. All’inizio mi arrabbiavo un po’, perché davvero non capivo come fosse possibile non capire. Poi ho capito che ero io a non aver capito: che è vero, un filino suonata la sono davvero, perché credo che in quel niente ci sia tutto ciò che serve per stare bene, ma forse non tutti lo sentono.
Questa mattina mi è capitato sotto mano questo pensiero:
“La montagna offre all’uomo tutto ciò che la società moderna dimentica di dargli“
E l’ho sentito, oltre che incredibilmente vero, molto vicino alle corde più profonde dell’anima. Ecco, partirò da qui per spiegarvi (o almeno provare a spiegarvi) quanto vale quel ‘niente’ di cui tanto si (s)parla, a cui non siamo più abituati e a cui io sono così legata. Da qualche anno a questa parte ho sempre la sensazione che la società moderna sia riuscita non solo ad allontanarci dalla natura, ma per certi versi a farci perfino credere che ormai la natura non serva più. A qualsiasi età e in qualsiasi contesto. Non so se capita anche a voi o se è solo il risultato di un “mix mentale” (o letale) tra la mia professione [neuropsicomotricista] e il mio modo di essere. Non so se è una fatica solo mia di stare al passo con i tempi o se è già diventata una reale difficoltà. Resta il fatto che per me è sempre più difficile, complice anche il lavoro che faccio, vedere bambini che non corrono più nei prati (perché poi si sporcano), che non sanno quanto è bello uscire con gli stivali di gomma mentre piove (perché poi si ammalano), che non sanno giocare a palla o saltare (perché non c’è tempo di fare quelle cose), che faticano a sviluppare il linguaggio (perché uno schermo non è una persona, anche se può fare tutto); ragazzini che senza tecnologia sono persi (perché senza telefono cosa si fa?) o degli adulti che si parlano senza nemmeno guardarsi negli occhi.
La sensazione è che nella vita di tutti i giorni non c’è più spazio per certe esperienze o certe emozioni, non c’è tempo per dare attenzione e sembra che l’unico modo per ritrovare quel naturale equilibrio tra uomo e ambiente sia “scappare” in montagna o in luoghi estremamente lontani dalla civiltà. Ma anche questo, ormai, sembra non bastare più.. anche l’ultimo luogo rimasto in cui è possibile vivere ancora la natura, aprendo la mente e ritrovando una parte di noi che sembra perduta, è seriamente minacciato. Sì perché ormai la montagna sembra questo, l’ultimo luogo rimasto in cui poter vivere se stessi e gli altri in modo sano, dove un bambino può ancora sporcarsi col fango, costruire una torre con i sassi, correre nei prati e fare mille domande su ciò che accade attorno a lui e dove un adulto può ancora dedicare del tempo ad un bambino, senza fretta; l’ultimo luogo in cui ancora si può andare con calma, dove ancora si parla e ci si saluta (con la voce), dove non servono i social per condividere qualcosa (soprattutto un’emozione), in cui bastano un sorriso o uno sguardo per sentirti a casa, anche se si è lontani. Un luogo dove esistono persone, non cose, un luogo dove tutto questo è normale e dove la natura, con tutto ciò che racchiude, è un diritto di tutti e non un privilegio di pochi.

Esatto, avete capito bene, un diritto di tutti. Nei Paesi scandinavi esiste perfino un codice di comportamento, che non è solo un fatto di salvaguardia dell’ambiente ma è un modo di essere e di vivere. Si chiama The Right to Roam, che in italiano viene tradotto come il Diritto di Pubblico Accesso (ma che io preferisco definire “Il diritto di vagabondare”): una sorta di elenco di regole di comportamento per vivere in natura nel rispetto di tutti, luoghi, animali o persone che siano. La verità è che nei Paesi scandinavi non hanno bisogno di vedere queste regole su un pezzo di carta per doverle rispettare, fa parte di loro, lo scrivono per chi arriva a casa loro e tutto questo lo ha dimenticato. E’ un modo di essere e di vivere, ed è talmente radicato che, sedendoti sulla spiaggia di Haukland (Lofoten) per preparare la cena accanto ad un gruppo di coetanei, ti senti quasi in imbarazzo (per non dire sbagliato) per il semplice fatto che tu, altrove, non sei più abituato a tutto questo.. né a vederlo né tantomeno esserne parte. E se da un lato ti viene da sorridere, pensando a quanto ti devi “concentrare” per comportarti in un determinato modo, dall’altro fa veramente una tristezza infinita. È forse l’unica volta nella vita in cui sentirmi sbagliata mi ha fatto stare terribilmente bene.
Molti mi hanno detto “..eh bè per forza, non hanno niente, qualcosa devono inventarsi!” (dove per ‘non avere nulla’ si intendeva semplicemente l’assenza di tecnologia o di inutili comfort a cui siamo abituati qui). Ecco, giusto per la cronaca sappiate che hanno tecnologia a sufficienza per farci impallidire e non manca davvero nulla, né a grandi né a piccini; la differenza è che ne fanno buon uso, cioè sanno come e quando usare tecnologia e comodità, senza abusarne come facciamo noi. Tutto questo per me è meraviglioso, perché riaccende la speranza che un equilibrio sano tra uomo e natura possa essere ancora possibile. E che forse non sono così suonata a sentirne il bisogno.

Non scorderò mai le sensazioni e i pensieri di quel pomeriggio sulla spiaggia, in cui nonostante il freddo e la pioggerella, sono stata per ore ad osservare le persone. Il prato era pieno di tende – non nel senso di sovraffollamento, semplicemente da noi non ci sarebbe stato nessuno in quelle condizioni – e le tende erano piene di persone, di ogni età (dai 6 mesi e ai 70 anni). C’era un tempo pessimo, ma nessuno se ne preoccupava; c’erano grandi e piccini, ma nessuno limitava l’altro. E di tutte le persone che c’erano su quella spiaggia, nessuna aveva in mano un telefono o se la menava per qualcosa. Erano lì e basta, per godere del momento.
Se fossimo stati in un qualsiasi altro Paese, ci sarebbe stato un casino tremendo, e come minimo altrettanto disordine (per non dire sporcizia). Ci sarebbero state persone che alla prima goccia di pioggia sarebbero scappate urlando o avrebbero tenuto il broncio per un giorno intero.
Lì no, c’era solo pace. Quella pace che ti attraversa, che ti fa ricordare cosa ti manca davvero, che non è fatta di nudo silenzio, ma di silenziosa armonia tra te e ciò che ti circonda; quella pace che ti fa scendere una lacrima sulla via del ritorno (più di una in realtà, perché ho pianto più o meno per 4000 km) e che ti riempie il cuore, senza fare nulla. Vedere una mamma seduta nell’erba, a piedi scalzi, che gioca con il suo bimbo (di neanche 1 anno) senza preoccuparsi d’altro, per noi è merce rara. Soprattutto se il bimbo è scalzo, sotto la pioggerella, con il suo bellissimo kiway e poco altro. Non so se avete mai avuto la fortuna di provare quella sensazione di pace che fa sentire a casa, anche dall’altra parte del Mondo, quella che ti fa bastare un sorriso sincero per sentirti accolto, anche dove non conosci nessuno, anche quando non parli la stessa lingua. Ecco, io quella pace me la ricordo bene, e auguro ad ognuno di voi di poterla provare almeno una volta nella vita. È fatta di sguardi, piccoli gesti, sorrisi puliti e silenzi mai fuori posto; di tempo per un tramonto, per pescare, per leggere un libro, per una canzone attorno al fuoco, per ascoltare. È sospesa tra il tempo atmosferico, il tempo del corpo e il tempo dell’anima (o del cuore, se preferite) dove tutto è sentire e non per forza fare.
Non so voi, ma se questo è il niente di cui (s)parla la gente allora.. io voglio vivere di nulla, perché ne ho bisogno come l’aria. Quel giorno ho capito tante cose, prima fra tutte quale sarebbe stata la mia nuova strada.
“Dopo 28 giorni di vita su un camper, ogni giorno in un posto diverso e attraverso 5 Paesi con lingue e abitudini completamente diverse tra loro, ho (ri)scoperto una cosa meravigliosa: sentirsi a casa in ogni dove.
Ti accorgi che qualcosa dentro di te è cambiato quando aprendo la porta di casa ti sembra di non riconoscere più quelle quattro mura che fino a qualche tempo prima ti sembravano l’unica sicurezza, le cose al loro interno non sembrano più tue e niente sembra avere lo stesso valore di quando sei partita.
Potrà sembrare strano, ma per me è meraviglioso, perché vuol dire aver ritrovato la cosa più importante, te stessa, e la tua capacità di essere parte del Mondo e non di un mondo soltanto.
Vuol dire aver ritrovato quello che stavi cercando, la felicità di essere “semplicemente” un passeggero della Terra e non una persona fatta solo di obblighi, doveri, responsabilità e modi di essere o di vivere imposti.
Sentirsi nessuno in un Paese che non conosci è bellissimo, ma sentirsi “straniero” a casa propria, per me, lo è ancora di più.”

Sono passati quasi 6 anni da quando ho scritto l’articolo e con il senno di poi, speravo potesse non essere più così attuale. C’è stata perfino una pandemia. Ma invece di ritrovare la retta via verso la natura, siamo stati in grado solo di trasformarla (ancora di più) in un enorme parco giochi alle dipendenze dei nostri capricci. Il covid soprattutto avrebbe dovuto insegnarci quanto sia importante preservare la Natura (ma questa è un’altra storia) perché non è un luogo “a parte”, che possiamo accendere/spegnere come l’interruttore della luce, ma un’entità mutevole in cui (che ci piaccia o no) tutti siamo immersi e da cui dipendono il nostro benessere (nel breve termine) e la nostra sopravvivenza (nel medio-lungo termine). La pandemia ci ha trasformati in una manica di bambini pretenziosi e tiranni, che utilizzano la natura al pari della palestra, del parco giochi o di qualsiasi altro ambiente antropizzato, pensando che essa sia lì solo per essere usata da noi. Un luogo in cui qualcun altro si occuperà di pulire, riordinare, sistemare le nostre cazzate (quindi possiamo farci quello che vogliamo) e da cui pretendiamo le migliori condizioni, a comando, solo per sfoggiare le nostre fallocentriche performance. Oltre ad essere decisamente avvilente in un’ottica evolutiva, perché segno di pura involuzione cerebrale, è anche estremamente pericoloso, perché la natura è un ambiente dinamico, scarsamente prevedibile, con un grado di rischio intrinseco, in cui le attività che si svolgono vanno fatte non solo con coscienza e consapevolezza, ma anche con rispetto, consapevoli che è un bene comune ed è dal suo benessere che dipende la nostra qualità di vita.
Detto questo, quando venite con me in natura sappiate che, oltre a raccontarvi delle cose, vi porterò in mezzo al niente. Non solo perché il mio lavoro si svolge in natura e perché il benessere è verde, ma perché un cambio di rotta è ormai necessario. È tempo di (ri)scoprire l’immenso valore che avete ricevuto e che avete il dovere di conservare, per garantire la salute a voi e ai vostri figli.