L’inverno 2021/22 per me è stato parecchio complicato, quasi quanto l’estate in cui ho deciso che avrei mollato tutto. Un lungo e pesante inverno. Ma, come tutte le cose che non vorresti, oltre al fastidio ti danno sempre la possibilità di pensare molto e ti insegnano che, a volte, essere costretti a fermarsi non è poi così drammatico. Anzi, forse è proprio questo che ti può salvare la vita, anche se si fa una fatica tremenda ad accettare l’apparente inutilità dei tempi “vuoti”.
Anni fa, in uno dei miei momenti di shopping compulsivo in libreria (unica forma di shopping che io conosca) ho comprato un libro: “GUIDA per salvarsi la vita VIAGGIANDO – 500 esperienze e luoghi per stare bene” – Lonely Planet. Mi è capitato tra le mani quasi per sbaglio, e ammetto di averlo comprato senza quasi capirne il senso. L’ho ripreso in mano per cercare una distrazione in quell’inverno turbolento e solo oggi faccio ordine a tutto quello che ha tirato fuori. Non ha nulla a che vedere con le classiche guide di viaggio a cui siamo abituati, è una sorta di manuale per curarsi viaggiando, che suddivide gli spunti di viaggio in base ad una presunta difficoltà personale (depressione, problemi di autostima, pigrizia e molti altri) e fornisce idee di viaggio per superare queste difficoltà. Diciamo che è un libro sufficientemente curioso per essere comprato.
La cosa migliore di questo libro è che ad ogni pagina, dentro di noi, porta alla luce tante cose: il senso del viaggio, di quello che lo rende un’esperienza di vita, le paure che a volte sei costretto ad affrontare viaggiando, le speranze che ti porti dentro ogni volta che torni, le emozioni che scatena un viaggio, i retaggi culturali che ti porti dietro tuo malgrado, la possibilità di abbatterli per poter vivere in un luogo (o per decidere di andarci) e anche quelle piccole fobie con cui devi fare i conti se vuoi avventurarti nel mondo. Nella sua semplicità estrema è riuscito a ricordarmi tutto quello che ho imparato camminando e viaggiando, come ad esempio che viaggiare non è sempre facile o piacevole, perché andiamo incontro all’ignoto e questo spesso fa paura; ma dobbiamo farlo, dobbiamo viaggiare, perché solo oltrepassando tutto ciò che ci spaventa possiamo goderci il privilegio di essere passeggeri di un pianeta straordinario. Smettere di viaggiare, per me, sarebbe come smettere di crescere o di vivere.
Vi lascio una parte del mio viaggio interiore, qualche scatto e le splendide parole di Remo Carulli e Luigi Farrauto che hanno dato vita ad un impensabile strumento di riflessione.

“CUORI SPEZZATI – Separazione
Come si reagisce alla fine di una storia d’amore? Interpellando i propri ricordi, la grande letteratura e i racconti di amici e parenti si può convenire che esiste un’infinità di comportamenti diversi. Ma un desiderio, per alcuni più sfumato, per altri più nitido, accomuna indistintamente ogni persona: quello di partire. Viaggiare non elimina il dolore ma lo fa decantare. [..] Così, ecco che visitare nuove terre offre la possibilità di contemplare la sofferenza da una prospettiva più ampia, di attribuirle un senso, di cogliere in sconosciuti paesaggi i presagi di opportunità che la vita proporrà, inevitabilmente, quando saremo di nuovo pronti. E nella necessità di ristrutturare la propria identità svuotata [..] viaggiare agevola il contatto con le fragilità, ma anche con le risorse che ognuno di noi custodisce.”
Il mio viaggio verso una nuova vita è iniziato proprio da qui, dal dolore. Non per la fine di un amore, ma per la paura di perdere qualcuno per un beffardo gioco del destino. Toccare con mano che in un attimo tutto può cambiare, che siamo solo di passaggio e non sai minimamente quanto tempo ti è dato, ti fa salire alla mente di tutto. La prima cosa in assoluto è che questo concetto ce lo dimentichiamo troppo spesso. In quel momento tutto si ferma, vieni catapultato in uno spazio-tempo immobile e infinito. Resti lì, ad oscillare tra presente e futuro, con mille domande su di te e sul mondo, con lo sguardo perso di chi è seduto sul bordo del precipizio con i piedi a penzoloni. In quei momenti, quando arriva lo scampato pericolo, c’è una sola domanda che ti picchia in testa: e se fosse capitato a me?
Si dice che in quel momento vedi passare la tua vita come un film, non so se sia vero, fa parte di quelle cose che non si chiedono neanche a chi sopravvive. Io ho provato a farlo in quel momento sospeso nel tempo e la risposta ha fatto più male della paura di rimanere da sola.. E così, appena è stato possibile, sono partita. Non per molto, ma con l’unica persona capace di regalarmi quel silenzio pieno di parole, quella che ti sorregge senza calpestarti, in cui se vuoi puoi trovare tutto e non ti senti mai sola. Non è stato un lungo viaggio, ma è bastato per guardare il dolore da un’altra prospettiva e camminare mi ha permesso di trovare il coraggio di dire a quel dolore “oh! Cosa vogliamo fare??”. Alla fine siamo tornati per mano (io e quell’ombra nera aggrovigliata che mi alitava sul collo) consapevoli entrambi che, una volta varcata la soglia di casa, ognuno avrebbe preso la sua strada. É lì che ho imparato la prima lezione: partire non cancella il dolore, ti aiuta a vedere più chiaro per trovargli un posto nello scaffale della vita.
In quel cammino, breve ma intenso, sono riuscita a mettere a fuoco molte cose: che non vale la pena ammalarsi per una vita che non senti più tua, che finalmente avevo dato un volto all’inquietudine che mi accompagnava da (troppo) tempo e che l’Universo ha sempre più fantasia di noi.

“ESSERE O NON ESSERE – Crisi esistenziale
Il filosofo francese Emmanuel Lévinas contrappone nel nostro immaginario due epiche figure di viaggiatori: Ulisse, errante nell’indomabile speranza di tornare a un famigliare punto di partenza, e Abramo, chiamato verso un ‘Altrove’ dal quale non c’è rimpatrio, ma solo un progressivo inoltrarsi, un inesorabile lasciarsi alle spalle. Di fatto, ci sono momenti nella vita in cui non sappiamo verso quali orizzonti procedere, se fare marcia indietro o avanzare caparbiamente, se obbedire alla nostalgia o al nomadismo delle nostre aspirazioni. Le crisi fanno soffrire, certo. Ma se è vero che il viaggio è una metafora della vita (e vi sfidiamo a trovarne una migliore…), è vero anche che non ci sono tratti di cammino altrettanto densi di emozioni e significati. Partire, allora, questa volta in concreto, non significa altro che assecondare i nostri movimenti interiori: alla ricerca di simmetrie tra i paesaggi dell’anima e quelli del mondo, di incontri che riportino a galla le domande perdute nella coltre delle nostre paure, di quello stupore che fa strabuzzare gli occhi di fronte alla sconfinata immensità della natura e del colore. E così non avrà importanza scoprirsi eroi omerici o patriarchi biblici, purché di quel viaggio, intimo e tangibile al contempo, si riesca a scorgere l’impareggiabile ricchezza”
Ma come avrete capito dai miei articoli, nel vento delle Isole Lofoten e nel silenzio della Lapponia, ho capito che quelle due parole di cui avevo tanta paura, non erano altro che la cosa migliore che poteva capitarmi.

“UN’ANIMA IN PENA – Inquietudine
I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano, per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento.
Individuare nella sedentarietà la principale ragione dei nostri disagi esistenziali, sarebbe da un punto di vista scientifico un atto passibile di denuncia pensale. Tuttavia, chi può affermare di non aver avvertito prepotentemente il bisogno di viaggiare nei momenti di malinconia, angoscia e inquietudine? Come se una parte di noi stessi, gridando la propria insofferenza, esortasse non solo alla trasformazione interiore, al cambiamento o alla riflessione, ma anche ad un maggiore dinamismo esteriore, all’esplorazione di terre più o meno remote, alla scoperta di altri modi di affrontare la vita, e nutrire così l’immaginazione, la visionarietà, la ricerca. Come se nel mutare all’unisono pensieri e latitudini, idee e panorami, prospettive esistenziali e luoghi dove passare le notti, infatti, fiorisse il nostro più inestimabile vigore creativo.”
Guardando un tramonto, mentre pensavo a me stessa pensante, ho capito che io è questo che sono: un “anima in pena”, come mi chiamava mia nonna (che ci ha sempre visto più lungo di me). Se dovessi dare una definizione di me stessa direi ‘Qualcuno che non puoi intrappolare tra quattro mura, che non puoi far vivere di routine, che non puoi limitare a conversazioni sterili e a cui non puoi chiedere di stare ferma’. Sarebbe come chiudere un animale in una gabbia e chiedergli di essere felice.
Per me non si può imparare restando fermi, il migliore insegnamento ce lo dà l’esperienza, quella pratica dei tentativi e degli errori. Non si può crescere restando a casa, si vivrebbe solo con le proprie e limitate convinzioni. Non si può vivere senza cambiamento, è questo che fa frullare il cervello e ci rende persone migliori. Non si può vivere solo di rigide regole che, per quanto ti diano stabilità e sicurezza, non ti potranno mai insegnare tanto quanto la flessibilità che sta alla base dell’evoluzione.
Io sono così, lo sono sempre stata, e vivere nella normalità ad un certo punto è diventato un peso troppo grande. Il mio corpo e la mia testa stavano gridando una sola cosa: “Scappa!!”. E così è stato.
Da quel ritorno a casa sembra passato un tempo infinito, complice anche gli anni di pandemia che hanno stravolto la vita un po’ a tutti, e sono cambiate molte cose (soprattutto nel mio modo di vivere e di essere). Ho imparato a fare delle scelte, anche di un certo peso, che non pensavo di riuscire a sostenere. Ho imparato ad avere il coraggio di sbagliare, con la mia testa. Sto imparando a lasciare indietro le cose inutili e a dare il giusto peso alle persone che passano più tempo a dirmi quanto sono sbagliata invece che rispettare le mie scelte. Sto imparando cos’è necessario e cosa non lo è, sto imparando ad avere pazienza e fiducia, soprattutto nelle mie capacità. Ho imparato a rispettare quello che sono e soprattutto quello che non sono, anche se a volte mi sto sui coglioni da sola. L’altra parolina magica è ‘accettare’ quello che voglio ma soprattutto quello che non voglio, anche se a volte costa tanta fatica. Non è sempre facile fare buon uso ogni giorno di tutto quello che ho imparato camminando, perché la vita si sa, è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi; ma la cosa che mi stupisce ogni giorno è che, nonostante tutto, non ho ancora mollato e per me è un risultato enorme. Forse perché non è mai cambiata una cosa: quella sensazione (meravigliosa) di essere al tuo posto, di camminare sulla strada giusta e di aver trovato quello che (senza saperlo) cercavo da sempre.
C’è ancora tanto (ma tanto) lavoro da fare, dentro e fuori da me, ma per la prima volta non ho paura, perché sto imparando che se una cosa la puoi immaginare sei già a metà dell’opera. E anche se ci vorranno tempo, impegno, fatica, momenti di sconforto, lacrime e giramenti di coglioni che neanche le pale eoliche, non ha importanza, l’unica cosa che conta è che ne valga la pena.

Se siete stanchi, arrabbiati, in crisi, soli o preoccupati, preparate lo zaino e partite. E se una vocina dentro di voi prova a fermarvi… non ascoltatela! Le risposte che cercate sono in mezzo alla gente, in natura, nel Mondo. Se invece siete felici e soddisfatti, partite comunque! Forse non troverete risposte illuminanti, ma in ogni viaggio qualcosa dentro noi accade e nella migliore delle ipotesi si può imparare molto anche condividendo la gioia con qualcuno che nemmeno conosci.
Buoni passi!